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La Battaglia di El Alamein 23
Ottobre - 4 Novembre 1942 |
EL
ALAMEIN, in arabo « due bandiere ».
Al km 120 della litoranea Alessandria d'Egitto-Marsa
Matruh si fronteggiarono due eserciti e due strateghi geniali: Rommel,
Comandante dell'Afrika Korps e Montgomery, Comandante dell'8° Armata
britannica.
Nel
1942, c'era soltanto una stazioncina lungo la ferrovia che dal Delta del
Nilo
raggiungeva il confine con la Libia e che gli Inglesi avevano
prolungato fino in prossimità di Tobruk.
Situata sul Golfo
degli Arabi, la località, distante 180 chilometri da Maesa
Matruh
e 105 da Alessandria, era soltanto un nome
sulla carta geografica. Nessuno poteva immaginare che uomini in
armi
sotto una dozzina di bandiere (altro che le « due bandiere » del nome),
si sarebbero dati battaglia in quel posto desolato: gli Italo-tedeschi,
decisi a raggiungere
Alessandria,
Il Cairo e Suez, gli Inglesi, le truppe del Commonwealth e gli alleati
altrettanto decisi a sbarrare il passo ai primi.
Nel
1940, in previsione dell'entrata in guerra dell'Italia e
di
una avanzata dalla nostra Decima Armata in direzione
dell'Egitto, il Comandante inglese del Medio Oriente, Generale
Archibald Wavell, e il Comandante dell'Armeé d'Orient francese,
enerale Maxime Weygand, compirono una ricognizione
a El Alamein, avendo valutato l'importanza della
posizione, difficilmente raggiungibile da sud. Quando gli Italiani
raggiunsero El Alamein, scoprirono che
alcune opere in calcestruzzo, apprestate dagli inglesi, recavano la
data
del 1940: segno evidente che le difese non erano state
improvvisate.
Dunque, una posizione
difficilmente aggirabile, infatti, a
poco meno di 60 chilometri dalla costa, il deserto, rotto qua e là da
piccoli rilievi che diventarono di grande importanza tattica e
sovrastato a sud dai 217 metri della
« piramide » naturale rocciosa
di Quaret El Himeimat, piomba verso la depressione di
El Qattara (134 metri sotto il
livello del mare), costellata di sabbie mobili e terreno cedevole.
Un’altra curiosità, questa molto importante, è che nella zona di
El-Alamein si trovarono le uniche sorgenti di acqua dolce di quel tratto
di deserto occidentale egiziano.
L'evidente sproporzione delle forze in campo, a favore degli inglesi
(l'Ottava Armata britannica contava 220mila uomini, contro i 96mila
dell'Afrika Korps Italo-Tedesco), era aggravata dalla mancanza di
rifornimenti e dal fatto che i trasporti marittimi diretti in Libia
erano implacabilmente silurati dagli inglesi.
Dal nord verso
sud lo schieramento dell'Asse Italo-Tedesco era
il
seguente: a nord le divisioni di fanteria "Trento", "Bologna" e
"Brescia". All'estremità sud, la divisione Paracadutisti "Folgore",
appena giunta in Africa settentrionale. Alle spalle della "Folgore", la
divisione "Pavia". In prima linea, a sostegno delle forze italiane, la
164ma divisione tedesca e la brigata Paracadutisti del generale Ramcke.
Le unità di manovra, tenute in seconda schiera, erano a nord la
divisione corazzata "Littorio" e la
15ma Panzerdivision, e a sud la divisione corazzata "Ariete" e la 21ma
Panzerdivision. Di riserva, la divisione "Trieste" e la 90ma divisione
tedesca.
Lo schieramento adottato da Montgomery era formato a nord, dal 30° Corpo
d'Armata, a sud il 13° e, alle loro spalle, il reparto meglio addestrato
e meglio armato, ossia il 10° Corpo d'Armata corazzato.
Nel 30° Corpo
figuravano le divisioni indiana, neozelandese, australiana e
sudafricana; nel 13°, oltre a due divisioni inglesi, due brigate
francesi e una brigata greca.
Il Generale inglese aveva quindi a sua
immediata disposizione tre divisioni corazzate e l’equivalente di sette
divisioni di fanteria. Il concentramento di forze così ingenti richiese
molte misure ingegnose di occultamento e molte precauzioni.
Il suo piano
consisteva nell'attaccare il centro del settore nord, dov'erano
schierate la "Trento" e la 164ma divisione tedesca, tentando di sfondare
nel tratto tenuto dagli italiani, ritenuti più deboli e peggio armati
dei loro camerati germanici. Fatto questo, aprire due corridoi nei campi
minati, attraverso i quali far passare i mezzi corazzati che dovevano
eliminare i panzer nemici. I carri avrebbero protetto l'avanzata della
fanteria e avrebbero spazzato via i reparti dell'Asse di prima linea. In
un secondo tempo era prevista la distruzione delle truppe Italo-Tedesche
di copertura. Infine dovevano essere eliminate le riserve.
Il piano di Montgomery era una finta a sud, per poi attaccare in forze a
nord. Nei giorni precedenti nel prepararsi, aveva mascherato e
mimetizzato (addirittura avvalendosi di uno sceneggiatore
cinematografico - Barkas- e di un illusionista - Maskelyne) un
fortissimo concentramento a nord (86 battaglioni di fanteria, 150.000
uomini, alcune migliaia di automezzi, 3247 cannoni, migliaia di
tonnellate di rifornimenti, 1350 carri armati. 1200 aerei) mentre
predisposte un altro contingente di molto inferiore e disordinatamente a
sud, che trasse in inganno Rommel prima di partire; più che convinto che
gli inglesi con le forze che disponevano a sud non potevano prima di
novembre scatenare un offensiva.
Soprattutto, fu necessario per la Gran
Bretagna impedire all’aviazione nemica di rendersi conto perfettamente
dell’imponenza dei preparativi. Tale sforzo fu coronato da un completo
successo così che l’attacco costituì per il nemico una vera sorpresa.
Assente Rommel (ricoverato in Germania alla fine di settembre), la
battaglia cominciò alle 21.40 precise del 23 ottobre 1942, in una notte
di luna piena, quando i mille cannoni di Montgomery aprirono il fuoco
simultaneamente lungo il fronte, concentrando il tiro sulle postazioni
di artiglieria sulle truppe dell'Asse per una ventina di minuti;
il tiro era quindi diretto contro le posizioni occupate dalla fanteria.
- La Battaglia: urto iniziale,
attacchi e contrattacchi
Alle 22 del 23 ottobre 1942 scatta
l'azione delle fanterie che sarà seguita dall’azione dell'urto. Sotto la
protezione del fuoco delle artiglierie, resa più efficace dai
bombardamenti aerei, avanzarono il XXX e il XIII corpo d’armata,
comandati rispettivamente dai generali Leese e Horrocks, che attaccarono
su un fronte di quattro divisioni; l’intero XXX corpo cercò di aprirsi
due varchi attraverso le linee fortificate nemiche.

Dietro di esso seguirono le due divisioni corazzate del X corpo d’armata
(generale Lumsden) per sfruttare l’eventuale successo.
Notevoli progressi furono compiuti sotto
la protezione di un fuoco imponente; all’alba erano state state create
nello schieramento nemico profonde sacche. Tuttavia, sino a quel momento
nessuna breccia fu aperta nel profondo sistema di campi minati e di
sistemazioni difensive dei tedeschi. La
resistenza dei tedeschi e degli italiani fu accanita, superiore al
previsto.
Ma all'alba
del 24 ottobre il 30mo Corpo d'armata britannico raggiunse gli obiettivi
assegnati, ma le sue fanterie stanche e
provate non poterono contribuire ad assicurare il passaggio dei carri
armati nel varco aperto nel settore nord. Intanto il Generale
tedesco Stumme, sostituto di Rommel, 24 ore dopo l’inizio della
battaglia muorì. Secondo alcune fonti di aploplessia, con un un colpo di
rivoltella alla tempia, secondo altri.
Nelle primissime ore del giorno 25
Montgomery tenne rapporto ai comandanti di grado più elevato, dando
ordine di spingere di nuovo all’attacco prima dell’alba le forze
corazzate, in conformità alle sue istruzioni iniziali. Effettivamente,
durante la giornata altro terreno fu guadagnato dopo aspri
combattimenti; l’altura chiamata Kidney Ridge diviene teatro d’una
battaglia furiosa con le divisioni corazzate nemiche, la 15a tedesca e
l’ “Ariete” italiana, che lanciarono una serie di violenti
contrattacchi.
Su richiesta di Hitler, Rommel lasciò
l’ospedale e riprese il comando nel tardo pomeriggio del giorno 25.
Aspri combattimenti si svolsero per tutto il 26 lungo la profonda sacca
aperta sino a quel momento nelle linee nemiche, e soprattutto ancora
nella zona di Kidney Ridge.
L'aviazione tedesca, che nei due giorni
precedenti rimase, lanciò l’ultima sfida alla superiorità aerea inglese.
Vi furono parecchi scontri che si risolvono per la maggior parte a
favore di Montgomery.
Gli sforzi del XIII corpo d’armata
ritardarono, ma non riuscirono ad impedire il trasferimento delle unità
corazzate tedesche verso quello che ormai Rommel sapeva che era il
settore decisivo della battaglia. Questo movimento fu tuttavia duramente
ostacolato dalla RAF.
Durante
tutto il 27 e il 28 ottobre infuriò una violenta battaglia per l’altura
di Kidney, scatenata ripetutamente dalla 15a e dalla 21 a divisione
corazzata tedesche, appena arrivate dal settore sud.
L'avanzata
inglese riprese il 28 nei corridoi, sotto il fuoco rapido e micidiale
dei cannoni anticarro tedeschi; i carri armati inglesi posti fuori
combattimento si contavano già a decine.
E' il momento
culminante. Il 28 sera i carri inglesi distrutti sono circa trecento. La
1ma divisione corazzata inglese, al di là del corridoio, rischia a un
certo punto di venire attaccata e respinta dalla 21ma divisione Panzer
tedesca.
Montgomery,
per evitare il peggio, spinse verso nord la 7ma divisione corazzata e
ordinò alla 9na divisione australiana di colpire anch'essa a nord. La
situazione non si presentà brillante. Il comandante dell'Ottava armata
penssava di sfondare in un arco di tempo di una decina di ore e invece i
suoi calcoli si rivelarono terribilmente sbagliati.
A questo punto il Generale Inglese diede
disposizioni per effettuare lo sfondamento decisivo (operazione "Supercharge",
ovvero colpo d'ariete).
- Lo sfondamento decisivo, "il
Supercharge"
Ecco come si svolse l’operazione "Supercharge",
secondo le parole del Generale Inglese Alexander: «La notte del 28 e poi
nuovamente il 30 ottobre gli australiani attaccarono verso nord in
direzione della costa riuscendo finalmente a isolare quattro battaglioni
tedeschi rimasti sul posto. Il nemico sembrava fermamente convinto che
intendessimo attaccare lungo la strada e la linea ferroviaria e reagì
alla nostra puntata con estrema energia. Rommel spostò la 2^ divisione
corazzata dalla sua posizione a ovest del nostro saliente vi aggiunse la
90^ divisione leggera che sorvegliava il fianco nord dello stesso
saliente e lanciò le due unità in furiosi attacchi per disimpegnare le
truppe accerchiate. Il posto lasciato libero dalla 2^ divisione
corazzata fece avanzare la divisione
"Trieste" che era la sua ultima unità di riserva non ancora impiegata.
Mentre Rommel era così duramente impegnato e dava fondo alle ultime
formazioni fresche che gli rimanevano nel tentativo di disimpegnare un
solo reggimento noi fummo in grado di completare senza essere disturbati
la riorganizzazione delle nostre forze per l’operazione “Supercharge”.
La magnifica puntata degli australiani, attuata con una serie
ininterrotta di aspri combattimenti, aveva volto a favore degli inglesi
le sorti di tutta la battaglia.
All’una antimeridiana del 2 novembre
l’operazione “Supercharge” aveva inizio. Protette da un fuoco di
sbarramento di 300 pezzi d’artiglieria, le brigate britanniche aggregate
alla divisione neozelandese sfondarono il sistema di difesa nemico e la
IX brigata corazzata britannica si lanciò in avanti. Esse urtarono
tuttavia in una nuova linea di difesa, forte di numerose postazioni
anticarro, lungo la pista di Ei Rahman. Ne risultò un lungo
combattimento che costò gravi perdite alla brigata; il corridoio alle
sue spalle fu però tenuto aperto e la la divisione corazzata britannica
poté avanzare lungo di esso".
La sera del 2 novembre secondo le stesse
fonti tedesche, le divisioni corazzate germaniche, che iniziarono la
battaglia con 240 carri efficienti, ne allinearono soltanto 38, ma
invece di ripiegare il 3 novembre arrivò un perentorio ordine di Hitler,
con il quale si impose all'Afrika Korps di farsi uccidere sul posto
piuttosto di indietreggiare di un metro. Così Rommel mandò a tutti i
reparti l'ordine di resistere a ogni costo, rifiutando di accettare le
implorazioni dei suoi generali, contrari a questa condotta.
Nelle prime ore del giorno 4, la V brigata indiana scatenò un fulmineo
attacco a otto chilometri a sud di Tel El-Aggagir, con successo.
Montgomery è in piena avanzata, avendo
aggirato ormai lo sbarramento anticarro italo-tedesco. Il Generale
tedesco Von Thoma, in prima linea, si consegna agli inglesi, senza
rispettare, in questo modo, l’ordine imposto da Hitler ai suoi uomini.
Alle 15.30 giunge a Rommel un messaggio: la divisione italiana "Ariete"
non esiste più, si è immolata per tenere le posizioni.
Gli inglesi hanno aperto una breccia
ampia venti chilometri. Alle 8 di sera, quando apprende che la brigata
corazzata britannica è già arrivata alla litoranea, Erwin Rommel decide
l'unica soluzione possibile: la ritirata.
Gli ultimi a
cedere ad El Alamein saranno i Paracadutisti della "Folgore",
abbarbicati al terreno a sud, ai margini della depressione di El Qattara
hanno di fronte quel 13mo Corpo d'armata che, secondo la versione
inglese, deve impegnarsi soltanto per dar vita a un falso scopo, mentre
in realtà è costretto a combattere una delle più dure e logoranti
battaglie locali di sfondamento dell'intero fronte.
I Parà Italiani
della Folgore resisterono per ben tredici giorni SENZA CEDERE UN METRO,
senza acqua e senza cibo.
Stremati, e senza munizioni, continuarono a
combattere andando all’attacco con i propri pugnali, e all’invito
inglese
di arrendersi, accerchiati dagli inglesi, montarono sulle carcasse dei
carri, petto in fuori e pugnale in alto risposero con il grido:
“FOLGORE!!!”
Partiti dall'Italia in cinquemila, rimasero, tra ufficiali e truppa, in
trecentoquattro.
Alla resa, i
ragazzi ebbero l’Onore delle Armi e il nome della divisione, FOLGORE,
con le loro gesta divenne subito, inevitabilmente, leggenda.
- Il
ruolo della Folgore: consumata, MA NON VINTA
La sera del 23
ottobre, come descritto, cominciò l'improvvisa azione di preparazione
dell'artiglieria avversaria che preannunciava l'imminenza dell'attacco.
Gli inglesi disponevano di 2.000 nuovi carri armati dei tipi più
moderni, (oltre 1.300 impiegati nella battaglia) in prevalenza
americani,di una fortissima aviazione che dominav a
incontrastata il cielo, di circa 3.000 cannoni di ogni calibro e di
elevata potenza, con una scorta di munizioni che permetteva loro di
rovesciare sulle nostre linee migliaia di tonnellate di proiettili per
settimane consecutive.
Dai margini della depressione di El Qattara fino al mare si accese,
improvviso, un gigantesco lampegiare che si fondeva in un'unica vampata
vulcanica, accompagnata da migliaia di scoppi che sommergevano
completamente il nostro schieramento, dalla linea dei capisaldi alle
postazioni d'artiglieria ed oltre, per sconvolgere e distruggere tutto
ciò che potesse potenziare la nostra resistenza. L' uso di cortine
fumogene paralizzava l' osservazione, ostacolava il tiro dei cannoni ed
impediva di scorgere le mosse del nemico che si apprestava a serrare
sotto le nostre difese per attaccarle. La "Folgore" attendeva
l'imminente urto con la ferma volontà di opporsi all'avversario col
massimo impegno e far pagare, agli inglesi, a caro prezzo, il loro
ambizioso progetto.
I nostri ragazzi sembravano elettrizzati da quell'atmosfera di battaglia
e dall'eccezionale spettacolo che si svolgeva intorno a loro, ed
attendevano senza timori lo sviluppo degli avvenimenti per incontrarsi
con i Inglesi e dare loro il "benvenuto".
Alle ore
20,40 del 23 ottobre l'avversario iniziava un fuoco di artiglieria di
violenza e proporzioni inusitate che si protraeva ininterrottamente per
tutta la notte sul 24 ed investiva in pieno l'intero fronte presidiato
dalla Divisione "Folgore".
Dal rilevamento delle vampe si potè calcolare che contro il solo fronte
del 187° reggimento agivano non meno di 150 pezzi (confermati poi in
200). Malgrado il massiccio tiro d'artiglieria, si poteva udire ogni
tanto lo sferragliamento di cospicue masse di carri armati serranti
sotto le posizioni dei paracadutisti.
Quando, fra gli scoppi e le vampe che illuminavano a giorno le
postazioni si udì l'ordine dei comandanti «ai posti di combattimento» un
grido solo rispose, altissimo ed unanime «Folgore!». Subito dopo
numerose pattuglie nemiche, protette da nebbiogeni, tentavano di
raggiungere i campi minati per aprirvi dei varchi, ma venivano
inesorabilmente respinte.
Nel settore centrale la compagnia avanzata, la 6° comandata dal Capitano
Marenco, si fece sterminare dopo un violento corpo a corpo; dei 90
paracadutisti che componevano la compagnia, solo una ventina rìuscirono
a ripiegare verso la nostra linea principale di difesa. Avevano
distrutto 30 carri armati ed ucciso circa 150 inglesi. Nel pomeriggio
del 24, in un tentativo di contrattacco, cadeva il comandante dei
raggruppamento Tenente Colonnello Marescotti Ruspoli a cui veniva
concessa la medaglia d'oro alla memoria.
Verso le ore
14 del 25 ottobre una colonna di una quarantina di carri (4° Brigata
corazzata leggera della 7° Divisione corazzata britannica) e due
battaglioni di fanteria attaccavano il caposaldo della 12° compagnia
deil IV/187° comandata dal Capitano Cristofori. Dopo lotta
violentissima, che condusse a fasi di corpo a corpo, il nemico veniva
respinto con perdite particolarmente sanguinose, lasciando sul terreno
22 carri armati immobilizzati.
Nella notte sul 26 l'avversario compiva l'ultimo tentativo di rompere il
fronte della "Folgore". Avendo constatato la saldezza della nostra
linea, decise di far massa contro il saliente di Deir el Munassib, allo
scopo di impadronirsene e di irrompere quindi lungo un allineamento
vallivo (Deir el Munassib-Deir Alinda), che da quelle posizioni si
diparte.
Dopo la consueta preparazione di artiglieria e nebbiogeni, al sorgere
della luna (ore 22) la 69° Brigata di fanteria (50° Divisione
britannica) e reparti della Brigata "Francia Libera" mossero su tre
colonne all'attacco contro le posizioni dei IV/187° reggimento. Una
colonna, composta di due battaglioni dei reggimento "Green Howards" e di
una compagnia autoblindo, riprendeva il fallito attacco del pomeriggio
contro il caposaldo della 12° compagnia; un'altra colonna formata di
elementi d'assalto degaullisti, impegnava la 10° compagnia; una terza
colonna costituita dai battaglioni del reggimento "Royal West Kent" (44°
Divisione britannica) e dal battaglione carri IV/8° Hussars (7°
Divisione corazzata), investiva da ogni lato il caposaldo presidiato
dalla 11° compagnia. Contemporaneamente venivano impegnate da altre
unità le postazioni del II battaglione. Alle ore 23 l'intero fronte dei
187° reggimento era così premuto da ogni parte...
Aliquote del
IX battaglione in secondo scaglione, venivano spostate nella notte per
rafforzare le ali dello schieramento, particolarmente minacciate. Verso
le ore 01,00 gli attacchi diretti contro le postazioni della 10° e 12°
compagnia potevano considerarsi stroncati. Le colonne avversarie in
seguito alle gravi perdite subite, desistevano da ogni tentativo di
progresso e si accontentavano di mantenere impegnata la difesa.
Grave si manifestava invece la situazione della 11° compagnia. I vari
centri di fuoco della compagnia attaccati su ogni lato e premuti da
presso dai carri armati si difesero disperatamente. La lotta durò
violentissima per un paio d'ore; poi, uno alla volta, i pezzi
controcarro esaurirono le munizioni e non potendo esserne riforniti
perché rimasti isolati, furono costretti al silenzio. Le armi
automatiche venivano soverchiate dai carri. Alle ore 04,00 solo un paio
di centri di fuoco resistevano ancora; la quasi totalità degli uomini
della compagnia era caduta sulle posizioni.
In questa azione cadeva eroicamente, guidando un ultimo disperato
tentativo di contrassalto, il Comandante della compagnia Capitano
Costantino Ruspoli alla cui memoria fu conferita la medaglia d'oro.
Alle prime
luci del giorno 27 il Comandante dei IV/187° (Capitano Valletti) quattro
volte ferito, ma rimasto volontariamente sul posto, ordinava un
contrassalto che veniva eseguito da un plotone al Comando del Tenente
Raffaele Trotta, Comandante della compagnia cannoni da 47/32 assegnata
in rinforzo al IV battaglione.
Ad azione ultimata, le posizioni perdute venivano riconquistate e
saldamente tenute, successivamente il tenente Trotta veniva sostituito
dal Tenente Gallo, il quale a sua volta ferito, cedeva il comando del
battaglione al Maggiore Vagliasindi.
Nel corso del giorno 27 il nemico, efficacemente contrastato, tentava un
ulteriore attacco, contro le posizioni della 10°/IV con elementi
degaullisti rinforzati da un battaglione del Queen's Royal Regiment (44°
Divisione inglese). La immediata, decisa reazione del presidio, il
tempestivo intervento delle artiglierie stroncavano l'attacco ed il
nemico veniva rigettato con gravi perdite.
Durante il contrassalto cadeva eroicamente alla testa dei suoi uomini il
comandante della compagnia, Tenente Gastone Simoni alla cui memoria
veniva conferita la medaglia d'oro.
Il Maggiore d'artiglieria Francesco Vagliasindi del 185° reggimento, il
cui gruppo a seguito delle perdite subite era stato sciolto, e che aveva
chiesto l'onore di assumere il comando di un reparto di fanteria, cadeva
alla testa del IV/187° reggimento.
Il giorno 28
il nemico, esausto, non rinnovava i suoi attacchi limitandosi a battere
le nostre posizioni con violenti tiri di artiglieria e mortai.
Nei giorni successivi, dopo qualche scontro di carattere locale, gli
opposti fronti andavano stabilizzandosi. L'offensiva tentata dal nemico
contro la "Folgore" era sanguinosamente fallita dopo sei giorni di
accaniti combattimenti ed inutili attacchi. L'avversario era solo
riuscito ad occupare parzialmente un caposaldo avanzato senza però
infirmare la solidità delle posizioni, nè intaccare minimamente la linea
di resistenza. Il nemico aveva lasciato sul terreno alcune centinaia di
caduti; 52 carri furono da esso perduti; 164 uomini tra cui 12
ufficiali, venivano catturati.
Particolarmente significativo il tributo di sangue offerto dai
comandanti di battaglione e di gruppo della "Folgore": su 16 ufficiali
succedutisi al comando di 9 unità, si ebbero ben 15 perdite (10 caduti e
5 feriti).
Il Generale Alexander, a proposito dei combattimenti di quei giorni,
scrisse: «Si trovò che il nemico era in forze e bene appostato, pertanto
non si insistette nell'attacco».
Per quanto
riguarda i due raggruppamenti nei quali era articolato il 186° si è
detto che l'attacco si attuò in due direzioni: da est verso ovest,
prevalentemente sul fronte del settimo battaglione (raggruppamento
Tantillo) ed essenzialmente condotto da fanterie.
Sul fronte dei VII battaglione l'attacco si protrasse fino al 31
ottobre, con alterne vicende, per l'intervento di nostri contrattacchi
condotti con l'appoggio di carri armati. Iniziatosi con la distruzione
dei nostri centri in fascia di osservazione, sovrumanamente difesisi con
bombe a mano e bottiglie molotov; culminato il 26 ottobre con la
costituzione da parte del nemico di una sacca al centro della posizione
di resistenza del battaglione; ed infine respinto dal nostro
contrattacco il 27 ottobre, con la eliminazione di tale sacca e la
cattura di un maggiore, 3 capitani, 4 tenenti, 207 militari, armi e
munizioni: davanti alle nostre posizioni, si contano semidistrutti, 67
mezzi corazzati nemici. Il 28 ottobre, un "parlamentario" inglese si
presentava per chiedere una tregua d'armi, allo scopo di dare sepoltura
ai caduti d'ambo le parti. La tregua, concessa, ha la durata di tre ore;
al termine vengono scambiati i recuperati piastrini dei caduti: 50
paracadutisti, circa 150 inglesi.
Il nemico si
riordina e si sistema a circa 600 metri dalle nostre linee per
riprendere fra il 29 ottobre e la notte del 1 novembre i suoi sforzi
condotti però, a quello che sembrava, con scarsa decisione e forse a
solo scopo dimostrativo: lasciò in seguito alla nostra reazione, nelle
nostre mani un'altra cinquantina di prigionieri.
Sul fronte del V battaglione il vero e proprio contatto con il nemico
avvenne verso le ore 3 antimeridiane dei giorno 24 ottobre. Anche qui
esso non avvenne di sorpresa, perché fin dalla mezzanotte il posto
avanzato di Qaret el Himeimat aveva dato notizia che si udiva sfilare da
sud-est verso nord-ovest una forte massa di mezzi meccanizzati nemici:
indubbio preludio ad un attacco avvolgente contro l'ala esposta del
nostro schieramento generale.
Pe r detta
eventualità, data la natura e data anche l'esiguità delle forze
disponibili, il comandante del battaglione, con il pieno consenso del
comandante del reggimento, si era orientato al seguente concetto:
ridurre all'estremo uomini e mezzi dislocati ai piedi delle propaggini
sud del ciglione di Munaquir el Daba, sovrastante la depressione salata,
a sorveglianza del campo minato ivi esistente e col compito preciso di
disorientare con la loro azione il nemico dando nel contempo un sicuro
allarme al comando; di reagire in alto con l'immediato contrattacco
contro le fanterie nemiche che si fossero affacciate da sud
sull'altopiano (prive ormai dell'appoggio dei mezzi corazzati,
necessariamente attardati dalla natura impervia degli accessi)
cogliendole così di sorpresa, quando avrebbero creduto di aver raggiunto
con estrema facilità il successo. A tale scopo il Comandante di
battaglione, dopo aver sottratto e riunito tutti gli uomini non
strettamente necessari al servizio delle armi, disponeva di circa 3
plotoni appoggiati da alcuni mortai. Da parte sua il comando di
reggimento dislocato come detto poche centinaia di metri a nord di Naqb
Rala, armando con personale di fortuna alcuni pezzi anticarro da 47/32
(giunti senza personale nella giornata del 23) aveva disposto uno
sbarramento prudenziale, fronte a sud della gola di Naqb Rala; aveva un
pugno di uomini composto dagli elementi del plotone collegamenti e del
comando; aveva predisposto per l'afflusso (qualora le vicende
dell'azione l'avessero reso necessario e possibile) degli uomini dei
centri arretrati viciniori del VI battaglione dislocati nella piana:
perché, ove si fosse giunti a quegli estremi, egli giudicava di dovere
giocare tutto per tutto.
L'azione
nemica contro il fianco destro del battaglione si risolse rapidamente e
nella maniera più brillante per noi: gli scoppi di alcune mine e il
divampare improvviso breve ed intenso del fuoco delle mitragliatrici, il
lancio delle bombe a mano da parte degli elementi di osservazione in
basso, avverte che il contatto era avvenuto ai piedi del Ciglione Sud di
Munaquir el Daba e che sarebbe stato imminente l'affacciarsi
sull'Altopiano di Naqb Rala delle fanterie nemiche. Il Comandante di
battaglione articolò il rincalzo in due aliquote per l'azione sul fianco
destro e nel fronte degli attaccanti; il comandante di reggimento con il
modestissimo reparto di formazione si avviò verso il comando del Quinto
battaglione. Ma il suo intervento non fu necessario; il V battaglione
risolse coi suoi mezzi la situazione. Non appena, nell'incerto chiarore
antelucano vede dilagare in silenzio sul pianoro le fanterie nemiche,
riconoscibili per il caratteristico elmetto, il Comandante del
battaglione fa scatenare su di esse alcune celerissime salve di mortai e
raffiche di mitragliatrici pesanti ed al grido di Savoia, Viva l'Italia,
"Folgore", dà il segnale del contrassalto: si gettano nella mischia
anche i serventi della compagnia mortai. Il nemico si arresta, tenta di
resistere ma viene travolto ed incalzato, fino a che l'ultimo uomo non
ha sgombrato il pianoro, ridiscendendo le pendici sud di Munaquir el
Daba. Il Comandante del battaglione, il suo Vice Comandante, il
Comandante della compagnia mortai, ed altri ufficiali sono feriti,
sensibili sono nel complesso le perdite che hanno costituito il prezzo
del successo. Ma sul fronte del V battaglione il nemico non compie
nessun altro attacco.
Fra il VII e
il V è schierato il VI; questo non subisce alcun serio tentativo di
rottura, ma sopporta
notevoli perdite per le azioni di bombardamento e nelle azioni di
pattuglia che si sviluppano, particolarmente attive, verso il tratto
tenuto dal VII, a protezione del proprio fianco sinistro.
Con la fine di ottobre (per quanto riguarda il 186° reggimento) tutto
sembra avviarsi ad una relativa calma. Il nemico è stato respinto, ma le
perdite complessive subite specie nei quadri, sono state gravissime:
sono caduti il Vice Comandante del reggimento (Tenente Colonnello
Ruspoli), il comandante del VI battaglione (Maggiore Bergonzi) ed alcuni
comandanti di compagnia; sono rimasti feriti fra gli altri il comandante
del V battaglione (Maggiore Izzo), l'aiutante maggiore in 1° del
reggimento (Capitano Maggiulli), il Capitano medico Guberti. I comandi
dei battaglioni V e VI sono tenuti da capitani appena promossi, le
compagnie in gran prevalenza sono comandate da sottotenenti di
complemento o da sottufficiali; la forza dei reparti è ridotta a pochi
uomini. Ma il rimpianto per la perdita di tanti e tanti compagni d'arma
è virile; lungi dal reprimere gli animi, esalta in tutti l'orgogliosa
fierezza di avere ovunque respinto il nemico combattendo strenuamente.
La situazione
generale impose al comando di Armata di ordinare l'arretramento di tutto
il fronte: l'ordine al 186° fu portato dal Vice Comandante della
Divisione Generale Bignami alle ore 21,30 del 1 novembre: esecuzione
immediata; nuova linea di schieramento da assumersi per l'alba del 2
novembre: Rain Pool-Karet el Kadim; divieto di operare distruzioni che
comunque potessero svelare il movimento al nemico; mezzi di trasporto a
disposizione per il traino dei pezzi e per il carico di almeno parte
delle riserve di munizioni; viveri ed acqua (che erano state accumulate
in vista di strenua resistenza in posto) nessuno...
Tutti si resero conto che cominciava, per il reggimento e per la
divisione la più dolorosa vicenda; ma tutti erano decisi a far si che
questa diventasse anche la più gloriosa e restasse leggendaria. La
ritirata nel deserto...
La BBC inglese a battaglia conclusa, l'11
novembre così commenta: "I resti della divisione Folgore hanno
resistito oltre ogni limite delle possibilità umane".
La battaglia è ormai
vinta per gli inglesi e la via è aperta ai loro carri armati per
inseguire il nemico attraverso il deserto ormai sgombro di ostacoli.
Rommel si trova ormai in piena ritirata, ma vi sono mezzi di trasporto e
carburante sufficienti soltanto per una parte delle sue truppe e i
tedeschi si arrogano la precedenza nell’uso degli
automezzi. Parecchie migliaia di uomini appartenenti alle sei divisioni
italiane sono così abbandonate in pieno deserto con poca acqua e poco
cibo, e senz’altra prospettiva che quella di essere circondati e spediti
nei campi di concentramento. Il campo di battaglia è seminato di carri
armati distrutti o inutilizzabili, di cannoni e di automezzi
abbandonati. L’aviazione tedesca ha rinunciato alla disperata impresa di
contrastare la superiorità aerea della RAF,così che l' aviazione inglese
operava pressoché indisturbata, attaccando senza tregua con tutte le sue
forze le lunghe colonne di uomini e di automezzi che fuggono verso
ovest. La ritirata sarà un altro capolavoro del feldmaresciallo, perché
nonostante la sconfitta subita Montgomery non riuscirà ad accerchiarlo e
a distruggere definitivamente l'Afrika Korps.
Tuttavia, al termine della battaglia quattro divisioni germaniche e otto
italiane hanno cessato di esistere come unità combattenti. Gli inglesi
catturarono 30.000 prigionieri con enormi quantità di materiale d’ogni
genere.
Comincia qui l'odissea dei 70mila
superstiti della battaglia di El Alamein: 3.400 chilometri nel deserto,
invano inseguiti dal nemico fino alla Tunisia.
Nino Arena, dal Libro “FOLGORE”:
“Non un solo drappo bianco. Nessun uomo ha alzato le braccia. 32
ufficiali e 272 paracadutisti, feriti e stremati, erano ancora nei
ranghi, con le armi in pugno, in piedi, quando il nemico li ha
catturati. Privi di acqua e rifornimenti da sette giorni, e senza
munizioni, e dopo avere risposto con l’ennesimo “FOLGORE!” agli inviti
ad arrendersi con le braccia alzate.”
Inviato inglese di Radio Cairo, Hearth Brighton, 9 settembre 1942
“Gli italiani si sono battuti molto bene. La Divisione
Paracadutisti Folgore, in particolare, ha resistito oltre
ogni possibile capacita’ umana ed oltre ogni possibile speranza”.
Agenzia Reuter, Londra, 11 novembre 1942
“Ammirevole lo slancio ed il coraggio dei Paracadutisti Italiani
della Divisione Folgore”
BBC, 3 dicembre 1942
"Gli ultimi superstiti della Folgore sono stati raccolti,
esanimi e con le armi in pugno. Nessuno si e’ arreso.
Nessuno si e’ fatto disarmare."
Winston Churchill, 21 novembre 1942, discorso alla Camera dei Comuni,
Londra
“Dobbiamo
davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i Leoni
della FOLGORE”

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"Fra sabbie
non più deserte sono qui di presidio per l'eternità i ragazzi
della Folgore fior fiore di un popolo e di un esercito in armi.
Caduti per un'idea, senza rimpianti, onorati dal ricordo dello
stesso nemico essi additano agli Italiani nella buona e
nell'avversa fortuna il cammino dell'onore e della gloria.
Viandante arrestati e riverisci.
Dio degli
eserciti accogli gli spiriti di questi ragazzi in quell'angolo
di cielo che riserbi ai martiri e agli eroi." |
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Alle Bandiere (clicca
sui Reggimenti per leggere le motivazioni) |
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Reparti |
Onoreficenze |
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185°, 186°, 187° Reggimento
"Folgore" |
3 Medaglie d'oro |
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1° Battaglione Carabinieri - 183°
Reggimento "Nembo" |
2 Medaglie d'argento |
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183° Reggimento "Nembo" |
1 Medaglia di bronzo |
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184° Reggimento "Nembo" |
1 Croce di guerra |
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Individuali |
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6 Ordini Militari
d'Italia |
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62 Medaglie d'Oro |
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424 Medaglie di
Bronzo |
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536 Croci di Guerra |
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