2 luglio 1993: la Battaglia
ersi l'autocolonna italiana verso Mogadiscio.Il Generale Loi schiera una forza imponente: 550 Paracadutisti e 400 poliziotti Somali, trasportati a bordo di VCC e Fiat 6614.
A dar loro man forte otto blindo centauro B-1 dei Lancieri di Montebello e sette carri armati M-60 del 132° Ariete. L'operazione, articolata in due raggruppamenti, Alfa e Bravo, è seguita dall'alto dagli elicotteri da combattimento A-129 Mangusta e dagli AB-205.
Le strade polverose della capitale somala vengono sovrastate dai cingoli dei mezzi italiani e superato il Check Point Pasta, i militari italiani prendono posizione all'interno della zona obiettivo, un quadrilatero di 400 per 700 metri tra "Pasta" e "Ferro", un caposaldo italiano in un quartiere abitato dalla tribù di Aidid "Ha-ber-ghidir". Le squadre scendono dai mezzi e i Paracadutisti isolano la zona. Altre squadre, appoggiati dalla polizia somala cominciano i rastrellamento casa per casa alla ricerca delle armi.
La tensione fra i due maggiori capi somali, Aidid e Ali Mahdi, è altissima e i signori della guerra non sembrano intenzionati a mettere fine ai continui scontri, e vi è il rischio che da un momento all'altro si accendano scontri con il contingente multinazionale. Proprio per questo lo spiegamento messo in atto dal Generale Bruno Loi è imponente.
I nostri soldati sanno di essere in missione di pace, ma anche che un'operazione di peace keeping tra due fazioni, nasconde delle insidie notevoli. Nessuno se lo augura ma può accadere di tutto.
Il rastrellamento è quasi terminato. I Paracadutisti, verso le 6 e 30, trovano un grosso depositato di armi: tre somali vengono arrestati e portati alla base per essere interrogati. Ma proprio in questo momento la situazione si inasprisce. La tensione comincia a montare e cominciano a sentirsi i primi spari in aria, senza capire però da dove arrivino.
Mancano poche decine di metri alla fine del rastrellamento e all'improvviso i poliziotti somali spariscono.
Qualcosa oggi sembra diverso, qualcosa oggi sembra essersi rotto nei buoni rapporti tra Somali e Italiani.
Qualcosa ha fatto esplodere una tensione improvvisa e inattesa. Sono le 7 e 40 di venerdì due luglio 1993.
All'improvviso, senza una ragione apparente, gli abitanti del quartiere scendono in strada e cominciono ad insultare gli Italiani. Dietro le prime barricate si scatena una fitta sassaiola accompagnata da spari improvvisi
I Paracadutisti italiani cercono di mantenere la calma e il Generale Loi, per riprendere il controllo del territorio, ordina azioni di fuoco intimidatorie, ma tutto sembra inutile, la tensione si fa sempre più alta.
Si decide allora che non è il caso di continuare ad irrigidirsi per poche decine di metri di territorio da controllare e si sceglie il ripiegamento.
Sono del 9 del mattino e i mezzi ripiegano rapidamente verso Balad. Inizio il rientro. Canguro 11 va in archivio, pensa già qualcuno.
L'episodio per il contingente Italiano si chiude lì. Magari con un segnale di avvertimento: il clima sta cambiando anche per gli Italiani.
All'improvviso però, la coda della colonna Italiana viene bloccata da nuove barricate e le truppe Italiane si ritrovano sotto un fuoco incrociato.
I miliziani si nascondo tra la folla, nelle case, sui tetti. Questa volta è un vero e proprio combattimento.
L'intesa tra italiani e somali si è rotta. Dopo 50 anni il nostro Paese si trova impegnato in uno scontro armato, per di più in una missione di pace
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Accorrono gli incursori del Col Moschin. La terza compagnia delle forze speciali manda due distaccamenti di incursori paracadutisti. Il loro compito è di stanare i cecchini somali e sbloccare la colonna inchiodata sotto il fuoco nemico.
Comincia un combattimento violentissimo con raffiche di SCP e colpi di bombe a mano. Durante l'ennessimo assalto viene colpito da una raffica di kalashnikov il Sergente Maggiore Incursore Stefano Paolicchi.
Colpito all'altezza della milza, nell'unica parte non protetta dal giubetto antiproiettili, sputa sangue dalla bocca ma non molla, non si ferma. In fin di vita si avvicina alla postazione somala che lo aveva colpito, e la saluta con una OD-82 costringendola al silenzio.Trasportato all'ospedale di Mogadiscio morirà poche ore dopo. Aveva 30 anni.
E' la prima vittima del due luglio.
A questo punto il Generale Loi ordina al raggruppamento Bravo, che aveva nel frattempo raggiunto Balad, di invertire la rotta e ritornare su Mogadiscio.
Il Colonnello Torelli, comandante di Bravo, rimodula il dispositivo facendo partecipare solo i VCC.
Il blindati invertono la rotta e si diriggono verso Mogadiscio. A metà strada incontrano la squadra fucilieri del Sergente Maggiore Giampiero Monti che sta ritornando alla base dopo aver partecipato al rastrellamento del mattino.
Il sottufficiale Paracadutista chiede di poter tornare al Pastificio.
Lì sta infuriando la battaglia e una squadra fucilieri in più potrebbe rivelarsi un aiuto importante.
I suoi Paracadutisti lo seguono volontariamente, tra questi Massimiliano Zaniolo. Nessuno si rifiuta di partecipare all'operazione.
Ci si avvicina a Mogadiscio. I tre blindati composti da Paracadutisti della XV^ Compagnia Diavoli Neri del 186° Reggimento e dalla XII^ Compagnia Leopardi del 183° si stanno avvicinando all'inferno.
Sono da poco passate le dieci e mezza del mattino.
Occhi aperti, colpo in canna e si arriva lungo la Via Imperiale. Più avanti, in prossimità di un incrocio, vi è il check-point Pasta, così chiamato perché allestito in prossimità di un pastificio abbandonato.
La strada è apparentemente deserta, ai lati della carreggiata i resti delle barricate e qualche auto in fiamme, si sentono gli echi delle raffiche. Oltre l'incrocio c'e un ostacolo. Un'altra barricata, più grande delle altre. Tre VCC-1 procedono ùno a poca distanza l'uno dall'altro, quando sono investiti dal fuoco dei guerriglieri. Il primo mezzo si piazza al centro dell'incrocio e risponde con le armi di bordo. La Browning M2 da 12,7 mm e l'MG-42/59 in 7,62 mm crepitano per coprire l'avanzata degli altri.
Il secondo blindato lo segue, mentre il terzo ha fatto appiedare la squadra dei fucilieri per mettere gli uomini in una migliore condizione di tiro.
Da una strada laterale arriva un colpo mortale. Un RPG-7 colpisce il secondo VCC e la carica cava perfora la corazza, colpendola proprio sopra la parte superiore del cingolo. Sono istanti che sembrano lunghi anni.
Il Paracadutista Pasquale Baccaro, mentre sta azionando la sua MG, viene colpito dal dardo di fuoco sulla gamba sinistra amputandogliela di netto. Resisterà per qualche minuto, ma la lacerazione è troppo grave e morirà dissanguato. 
Aveva 21 anni. E' la seconda vittima del 2 luglio.
Dentro il mezzo è l'inferno. I feriti escono dal portellone posteriore sconvolti per l'esplosione. Il Sergente Maggiore Giampiero Monti ha l'addome squarciato, il Paracadutista Massimiliano Zaniolo la mano devastata.
Gli uomini del terzo VCC già a terra, si schierano a raggiera per difendere i feriti e dar tempo ai soccorsi di arrivare. Il sottotenente Gianfranco Paglia coordina l'azione, mentre il VCC più avanzato, è allo scoperto, al centro dell'incrocio stradale copre i soldati a terra.
I miliziani adesso sono a 20-30 metri, si distinguono quasi i volti, sparano anche con i mortai leggeri e con le mitragliatrici, appostati fra le mura dei pastificio, nelle casupole e sui container.
La reazione degli italiani è decisa, la Browning 12.7 mm viene impugnata dal Sottotenente Romeo Carbonetti bersagliando con precisione gli aggressori, seguito a sua volta dal Sergente Maggiore Giovanni Bozzini con la MG 7,62 mm.
I Paracadutisti a terra sparano a raffica con i loro fucili d'assalto SCP-70/90 e lanciano granate. L'azione dei due quadri, oltre a dare un sublime esempio di coraggio ai propri Paracadutisti, sarà di fondamentale importanza per evitare che i somali, galvanizzati dal colpo del razzo controcarro, prendano il sopravvento.
Passano i minuti, le ambulanze e i soccorsi sono bloccati dal fitto fuoco avversario e dalle barricate.
Un elicottero militare cerca di atterrare nelle vicinanze per prelevare i feriti che vengono segnalati con le fumate rosse, ma non c'è possibilità: proverà due volte, ma sarà pesantemente bersagliato dal fuoco dei Somali e dovrà riepiegare verso la base.
Bisogna fare da soli per uscire fuori dalla situazione.
Il mezzo colpito, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, viene rimesso in moto, i feriti vengono caricati a bordo e il reparto lascia il luogo dell'agguato mentre l'intero quartiere è ormai in rivolta.
Si combatte ovunque, lungo la Via Imperiale, si spara dalle vie traverse, in particolare dal pastificio.
Nel frattempo i Paracadutisti Giuseppe Zivillica e Marco Vincenzetto sono rimasti feriti dal fuoco dei somali.
Perdono molto sangue e non riescono a muoversi: si adagiano su una blindo centauro comandata dal Sottotenente Fabio Tirolo dell'8° Reggimento Lancieri di Montebello.
Il Capitano Paracadutista Emilio Ratti osserva la scena e pur avendo ricevuto ordine di non muoversi ed attendere disposizioni via radio decide di sfruttare il blindato per evacuare i feriti: il Sottonente Tirolo si rifiuta. Anche a lui hanno ordinato di rimanere lì.
Ma il Capitano Ratti non ci sta. Da un or
dine ancora più perentorio e solo allora il carro si mette in movimento incotrando però numerose barricate e colpi di arma da fuoco.
Intanto però i militari italiani sono circondati.
Gli elicotteri A-129 MANGUSTA e i corazzati chiedono il permesso di poter utilizzare le loro armi.
Se entrassero in azione i 105/51 mm degli M-60 e i 105/52 mm delle blindo CENTAURO e se gli elicotteri potessero sparare i missili TOW, il compito delle truppe a terra sarebbe facilitato e l'assedio rotto con minor rischi per i soldati dell'IBIS.
Ma il Generale Loi non se la sente di rischiare una carneficina. I colpi di cannone tra le case causerebbero sicuramente una strage coinvolgendo anche civili innocenti. L'autorizzazione ad aprire il fuoco non arriva. "Identificate e neutralizzate i centri di fuoco" risponde il Comando.
Si tratta di un lavoro molto rischioso che può essere affidato soltanto a soldati professionisti. Cecchini e postazioni vengono segnalati da terra e dagli elicotteri. Sui VM arriva la QRF costituita da operatori del Col Moschin, cui spetta il compito più difficile, quello di far tacere mortai e lanciarazzi attaccandoli con le armi individuali o di squadra, ma senza l'appoggio delle armi pesanti.

Due distaccamenti di incursori settacciano tutte le stradine parallele alla via imperiale eliminando uno ad uno tutti i miliziani.
Si sviluppa un combattimento casa per casa, con colpi di SCP, raffiche di MP-5 e bombe a mano contro i miliziani in agguato.
Durante uno sganciamento, il Sergente Maggiore Stefano Ruaro, incursore Paracadutista, viene colpito in tre punti del corpo negli arti inferiori, da una raffica di kalashnikov mentre è alla guida del suo VM.
Perde molto sangue ed ha le gambe rotte, ma si nasconde dietro ad un mezzo permettendo ai suoi compagni di continuare a combattere.
Nella bufera più totale, con pallottole che schizzano ovunque, gli Incursori lasciano un VM 90 T con le chiavi di accensioni inserite.
Le forze speciali erano gli unici ad avere questo tipo di mezzo con la Browning 12,7 in ralla.
Un gruppo di somali se ne impossessa.
I miliziani salgono a bordo del gippone, esultano, fuggono via con il loro bottino e sparano con la potente mitragliatrice sugli italiani. Colpiscono un elicottero AB 205 che sarà costretto a rientrare alla base.
Vengono però individuati da un elicottero da combattimento MANGUSTA guidato dal Capitano Gianni Adami. Il puntatore li inquadra e chiede l'autorizzazione a sparare. Le imprecazioni riecheggiano nell'interfono, adesso il gippone sparisce nel dedalo di viuzze del quartiere.
Ma il pilota dell'elicottero non ci sta, non molla la preda. Vola radente sfiorando i tetti delle case, e pur cosciente di poter essere abbattutto ingaggia un ravvicinato combattimento. I somali reagiscono con violenza: brandeggiano la grossa mitragliatrice e colpiscono l'elicottero al vetro anteriore.
L'ufficiale non ci sta. Il mezzo sembra scomparire, ma è solo un attimo: viene riavvistato e questa volta puntano per essere abbattuto. Quel VM, si saprà successivamente, porta al proprio interno diversi chilogrammi di esplosivo C-4 in dotazione agli Incursori del Col Moschin.
L'A-129 s'inclina, inquadra il bersaglio, chiede l'autorizzazione al fuoco. Arriva l'"Ok". Il pilota non esita. Il missile TOW lo colpisce e complice la presenta dell'esplosivo presente a bordo lo disintegra completamente uccidendo tutti gli occupanti.
Gli italiani, comunque, progressivamente si disimpegnano. Gli incursori hanno realizzato una cornice di sicurezza, ma è tutto molto precario. I miliziani ricevono nuovi rinforzi e i mezzi italiani ripiegano su ordine del Comando ma da alcune postazioni gli uomini di Aidid minacciano la colonna. I carri italiani sono li, impotenti.
Intanto il blindato del Sottonente Tirolo prosegue
la sua corsa verso l'inferno. Ha portato i Paracadutisti Zivillica e Vincenzetto al porto vecchio e si sta rigettando nuovamente nella mischia.
Arrivato a Pasta trova una scena straziante: i feriti appoggiati in un angolo, il VCC con il corpo del Sottotenente Paglia sdraiato e sanguinante. L'ufficiale è appena stato colpito.
In quei momenti è un turbinìo di manovre brusche, spari, ordini urlati. Il Capitano Emilio Ratti raccoglie gli ultimi feriti, tra cui il Sottotenente Gianfranco Paglia, li fa adagaiare in un VCC ed esfiltra nuovamente. Ancora colpi di mitragliatrice e addirittura cannonate di mortaio da 120mm (!) da parte dei Somali. Il VCC con a bordo Ratti e i feriti arriverà all'ambasciata di Mogadiscio trivellato di colpi di kalashnikov.
Dal comando continuano a non permettere l'utilizzo dell'artiglieria pesante. Ma non è facile ubbidire quando vedi i tuoi commilitoni inchiodati a terra dal fuoco nemico. Qualcuno pensa che e meglio beccarsi una punizione piuttosto che vederli morire.
Un carro M-60 prende posizione, brandeggia la torretta, controlla l'alzo. Spara.
Il bersaglio è un gruppo di container che fanno da riparo ai miliziani. Da li, almeno, non colpiranno più e i somali dovranno invece moderare fortemente il loro ardore combattivo.
Sono circa le 13.00 e gli italiani abbandonano la zona e i posti di blocco Pasta e Ferro. Tenerli in quelle condizioni vorrebbe dire scatenare una battaglia campale con i somali. Il bilancio è tragico, con tre caduti italiani e 23 feriti.
Ma Aidid non può cantare vittoria. Ha pagato a caro prezzo alle truppe dell'UNOSOM, con 187 caduti e più di 400 feriti nello scontro, a riprova che l'azione dei militari italiani, pur se fortemente limitata, è stata efficace.
Dal 2 luglio in poi, a Mogadiscio nulla sarà come prima.
















